ROBOTICA E SOCIETÀ: PAURA O OPPORTUNITÀ?
ROBOTICA E SOCIETÀ: PAURA O OPPORTUNITÀ?
Quando le macchine escono dalle fabbriche ed entrano nella nostra vita
Per molto tempo abbiamo immaginato il robot prima ancora di costruirlo.
La letteratura e il cinema lo hanno trasformato di volta in volta in servo perfetto, compagno, doppio dell’essere umano, macchina ribelle o minaccia capace di sostituire il proprio creatore. Prima che i robot entrassero realmente negli ospedali, nei magazzini e nelle nostre case, erano già entrati nel nostro immaginario.
Oggi, però, la questione non appartiene più soltanto alla fantascienza.
I robot assemblano automobili, movimentano merci, assistono chirurghi, esplorano ambienti pericolosi, lavorano nei campi, consegnano materiali negli ospedali. Macchine autonome possono muoversi in ambienti costruiti per gli esseri umani e i progressi dell’Intelligenza Artificiale stanno rapidamente aumentando la loro capacità di riconoscere oggetti, interpretare situazioni e interagire attraverso il linguaggio.
La domanda, allora, diventa inevitabile:
dobbiamo avere paura dei robot oppure considerarli una delle grandi opportunità tecnologiche del nostro tempo?
La risposta dipende probabilmente meno dalle macchine di quanto immaginiamo.
Dipende da noi.
Il robot non è più soltanto un braccio meccanico
La prima grande rivoluzione robotica si è svolta quasi lontano dai nostri occhi.
I robot industriali erano macchine enormemente efficienti ma sostanzialmente isolate. Ripetevano movimenti programmati all’interno di spazi nei quali, per ragioni di sicurezza, gli esseri umani spesso non potevano entrare.
La nuova robotica è differente.
Esistono robot collaborativi progettati per lavorare accanto alle persone, sistemi mobili capaci di orientarsi autonomamente, esoscheletri che amplificano o recuperano alcune capacità motorie, robot chirurgici, droni, dispositivi per l’agricoltura di precisione e macchine destinate all’esplorazione terrestre e spaziale.
Soprattutto, sta cambiando il rapporto fra robotica e Intelligenza Artificiale.
Un robot non deve più necessariamente limitarsi a eseguire una sequenza rigidamente prestabilita. Sensori, telecamere e sistemi di AI gli consentono, entro limiti determinati, di interpretare l’ambiente e adattare il proprio comportamento.
La macchina comincia quindi a uscire dalla gabbia industriale.
Ed entrando nel nostro spazio sociale, inevitabilmente, comincia anche a inquietarci.
La paura più antica: «ci porteranno via il lavoro»
Ogni grande trasformazione tecnologica ha prodotto questa paura.
Le macchine tessili sembravano destinate a cancellare intere professioni. L’automazione industriale avrebbe dovuto rendere superflui milioni di lavoratori. I computer avrebbero eliminato gli impiegati.
Molti mestieri sono effettivamente scomparsi o profondamente cambiati.
Ma ne sono comparsi altri.
La robotica renderà probabilmente automatizzabili numerose attività, soprattutto quando sono ripetitive, standardizzate, fisicamente gravose o pericolose. Questo significa che alcuni lavori diminuiranno e altri verranno trasformati.
Sarebbe ingenuo negarlo.
Ma è altrettanto ingenuo immaginare il futuro come una semplice sottrazione:
un robot in più = un lavoratore in meno.
Un sistema robotico deve essere progettato, costruito, installato, controllato, manutenuto e aggiornato. La sua introduzione modifica interi processi produttivi e genera nuove professionalità.
Il vero problema diventa allora un altro: la società sarà capace di accompagnare abbastanza rapidamente le persone nella trasformazione delle competenze?
Il lavoro che forse dovremmo essere felici di perdere
Esiste inoltre una domanda che raramente ci poniamo.
Siamo sicuri che ogni lavoro debba essere difeso soltanto perché oggi viene svolto da un essere umano?
Esistono attività estremamente pericolose, usuranti e ripetitive.
Intervenire in ambienti contaminati, manipolare sostanze nocive, operare in condizioni estreme, sollevare continuamente carichi pesanti, ispezionare strutture instabili: sono compiti nei quali sostituire una persona con una macchina potrebbe rappresentare non una sconfitta sociale, ma un progresso.
La questione dovrebbe quindi essere formulata diversamente.
Non chiediamoci soltanto quanti lavori i robot potranno sottrarre all’uomo.
Chiediamoci anche da quali lavori potranno liberarlo.
Robot che curano
Uno dei settori nei quali questa trasformazione appare più promettente è la medicina.
La robotica chirurgica permette di tradurre i movimenti del chirurgo in azioni estremamente precise. I sistemi riabilitativi possono assistere il recupero motorio. Gli esoscheletri possono sostenere persone con limitazioni nella mobilità. Robot mobili possono trasportare farmaci, campioni e materiali all’interno delle strutture sanitarie.
Ma proprio la medicina mostra chiaramente il confine che non dovremmo dimenticare.
La tecnologia può aumentare la precisione.
Può ridurre la fatica.
Può elaborare informazioni.
Può assistere.
Ma la cura non coincide con l’esecuzione di una procedura.
Un paziente non è soltanto un organismo sul quale intervenire: è una persona che ha paura, formula domande, interpreta ciò che gli sta accadendo e ha bisogno di stabilire una relazione di fiducia.
La robotica può quindi rendere la medicina più tecnologica e, paradossalmente, permettere agli esseri umani di dedicarne una parte maggiore alla relazione umana.
A condizione, naturalmente, che sia questo l’obiettivo con cui decidiamo di utilizzarla.
E quando il robot diventa umano?
La questione diventa ancora più delicata con i robot umanoidi.
Perché costruire una macchina con due braccia, due gambe, un volto o una voce?
La risposta è in parte molto semplice: il nostro mondo è costruito per il corpo umano.
Scale, porte, maniglie, utensili, veicoli e ambienti di lavoro sono stati progettati secondo le nostre dimensioni e possibilità fisiche. Una macchina antropomorfa può teoricamente utilizzare strutture già esistenti senza obbligarci a riprogettare completamente l’ambiente.
Ma la forma umana produce anche conseguenze psicologiche.
Tendiamo spontaneamente ad attribuire intenzioni alle cose che si comportano come noi. Se un robot ci guarda, ci risponde, ricorda il nostro nome e reagisce alle nostre parole, siamo facilmente portati a trattarlo come un soggetto.
Anche sapendo perfettamente che non lo è.
E qui la robotica smette di essere soltanto ingegneria.
Diventa psicologia, sociologia, filosofia.
Una macchina può farci compagnia?
Il problema diventa particolarmente importante nelle società che invecchiano.
Robot assistivi potrebbero ricordare l’assunzione di un farmaco, chiamare aiuto dopo una caduta, trasportare oggetti, facilitare la comunicazione con familiari e medici.
Sono applicazioni potenzialmente preziose.
Ma esiste una linea sottile fra utilizzare una macchina per aiutare una persona e utilizzare una macchina per evitare che una persona debba essere aiutata da un’altra persona.
Un robot che consente a un anziano di vivere più autonomamente può aumentare la sua libertà.
Un robot utilizzato come sostituto economico delle relazioni umane potrebbe invece aumentare la solitudine che pretende di combattere.
La tecnologia, ancora una volta, non contiene automaticamente la risposta.
Dipende dal modello sociale nel quale viene inserita.
Il robot armato: quando la paura diventa legittima
Non tutte le preoccupazioni nei confronti della robotica sono fantasie fantascientifiche.
L’impiego militare dei sistemi autonomi pone problemi estremamente seri.
Quando una macchina acquisisce la capacità di identificare obiettivi e intervenire con livelli crescenti di autonomia, la questione fondamentale diventa quella della responsabilità.
Chi risponde di una decisione sbagliata?
Il costruttore?
Il programmatore?
Il comandante?
Chi ha acquistato il sistema?
E soprattutto: fino a quale punto è accettabile delegare a un algoritmo una decisione dalla quale può dipendere una vita umana?
Sono domande che non possono essere risolte soltanto dagli ingegneri.
Richiedono diritto, politica, etica e accordi internazionali.
La possibilità tecnica di costruire qualcosa non costituisce, da sola, una ragione sufficiente per utilizzarla.
La paura della ribellione e quella del controllo
La fantascienza ci ha abituati soprattutto alla prima: il robot che diventa intelligente, si ribella e prende il controllo dell’umanità.
Potrebbe però distrarci da un problema molto più concreto.
Forse dovremmo preoccuparci non soltanto di ciò che i robot potrebbero decidere autonomamente, ma anche di ciò che gli esseri umani potrebbero decidere di fare attraverso i robot.
Una macchina dotata di telecamere, microfoni, capacità di movimento e riconoscimento dell’ambiente può essere uno straordinario assistente.
Può anche diventare uno straordinario strumento di sorveglianza.
Il problema della robotica del futuro sarà quindi inseparabile da quello dei dati: quali informazioni raccoglie una macchina, dove vengono conservate, chi può utilizzarle e per quali scopi?
Non basta costruire robot sicuri dal punto di vista meccanico.
Dovremo costruire sistemi affidabili anche dal punto di vista sociale.
L’errore di immaginare una competizione
Forse il limite principale del dibattito consiste proprio nel presentare continuamente la relazione fra esseri umani e robot come una gara.
Chi vincerà?
Chi sarà più forte?
Chi sarà più intelligente?
Chi sostituirà chi?
Ma un’automobile corre più velocemente di un essere umano e nessuno considera questo fatto una sconfitta della nostra specie. Una gru solleva pesi impossibili per un uomo senza per questo mettere in discussione il valore dell’uomo.
Abbiamo sempre costruito strumenti per oltrepassare i nostri limiti.
Il robot potrebbe essere interpretato allo stesso modo: non come un concorrente dell’essere umano, ma come un’estensione delle sue possibilità operative.
La vera questione è stabilire quali possibilità desideriamo estendere.
La società che costruisce i propri robot
Non esiste un futuro della robotica già scritto.
Le macchine che entreranno nelle fabbriche, negli ospedali, nelle scuole, nelle case e nelle città dipenderanno dalle decisioni economiche, politiche e culturali che prenderemo.
Possiamo utilizzare la robotica soprattutto per ridurre i costi oppure per migliorare le condizioni di lavoro.
Possiamo impiegarla per sostituire relazioni umane oppure per liberare tempo da destinare alle relazioni.
Possiamo costruire strumenti di sorveglianza oppure sistemi che aumentino l’autonomia delle persone.
Possiamo lasciare che i benefici dell’automazione si concentrino nelle mani di pochi oppure cercare di distribuirli nella società.
La tecnologia offre possibilità.
La società decide quali trasformare in realtà.
Paura o opportunità?
Forse entrambe.
La paura non è necessariamente irrazionale. Può essere uno strumento utile quando ci obbliga a prevedere conseguenze, stabilire regole e riconoscere pericoli prima che diventino irreversibili.
Diventa però paralizzante quando trasforma ogni innovazione in una minaccia.
Allo stesso modo, l’entusiasmo tecnologico è prezioso quando apre nuove possibilità, ma diventa pericoloso quando ci convince che tutto ciò che può essere costruito debba necessariamente essere costruito.
La robotica ci costringerà quindi a esercitare qualcosa che nessun robot potrà esercitare al nostro posto: la responsabilità delle nostre scelte collettive.
La domanda decisiva non è se un giorno vivremo circondati dai robot.
In parte sta già accadendo.
La domanda è quale ruolo decideremo di assegnare loro.
E forse il futuro migliore non sarà quello nel quale le macchine avranno imparato a fare tutto ciò che facciamo noi.
Sarà quello nel quale avremo imparato a utilizzare le macchine per poter fare meglio ciò che vogliamo continuare a fare come esseri umani.

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